Dipartimento di Studi e Ricerche sulla Storia di Vasto

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venerdì 10 aprile 2020

Un canto della Passione



 Quem quaeritis bassorilievo


In fondo alla pagina il video con commento e canto di Luigi Murolo

Un canto della passione

di Luigi Murolo

L’anno è il 1883. Antonio De Nino, nel quarto volume dei suoi Usi e Costumi abruzzesi (Firenze, Barbera, pp.110-112), pubblica una lamentazione sulla morte del Cristo che titola Maria alla strada di Caifasse. In calce al testo annota di averlo raccolto nell’area di «Vasto e dintorni». Trent’anni più tardi, nel 1911, il professore di Filologia slava all’Università di Vienna, Milan Rešetar, nel suo fondamentale volume sulle comunità alloglotte serbocroate del Molise (Die Serbokroatischen Kolonien süditaliens. Sull’argomento si tornerà in altra sede sempre di questo post), restituisce un canto che, in alcune parti, si presenta come calco della lezione deniniana. L’autore afferma che è «solo la traduzione in prosa di una canzone italiana che viene cantata in chiesa il giovedì santo». Dichiara, altresì, di dare alle stampe un testo già pubblicato da Jan Hanusz nel 1887 in «Archiv für slawische Philologie», vol. X, pp. 363 e sgg.). Come si può notare, una data posteriore di appena quattro anni ai versi editati da De Nino. Ignorando tra loro i reciproci lavori, i due autori, pubblicando un testo comune, si trovano a confermare un dato: che la provenienza di questo canto, almeno nella lezione riportata, è proprio relativa all’area di «Vasto e dintorni».
In ogni caso, a questo punto diventa importante fare una precisazione. La lectio di cui si sta parlando è viva anche in altre parti dell’Italia meridionale. È sufficiente volgere l’attenzione su You tube, alla voce Canti di passione-famiglia Zimba, per cogliere la sintonia tra la variante salentina e quella vastese-serbocroata.
Traduzione di una «canzone italiana», stando alle citate parole di Rešetar? Niente affatto. Si tratta della presenza di un canone che, ripetuto e variato ad libitum dal volgare duecentesco del Laudario di Cortona all’abruzzese Lamentatio beate Marie de filio (tanto per fare qualche esempio) – sempre di XIII secolo – pubblicata da Francesco Ugolini in Testi volgari abruzzesi del Duecento (Torino, 1959) ritorna nei vari dialetti italiani. Nei fatti, si tratta di un passaggio diretto dal volgare al dialetto senza alcuna intermediazione dell’italiano che, come tutti sanno, viene codificato, nel 1525, da Pietro Bembo con la pubblicazione delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua.
Un’ultima considerazione. Da bambino, ho appreso molte filastrocche, novelle e canti in dialetto in un salotto molto particolare: quello di zia Iuccia Cascioli, sorella di mia nonna Lucia, che, in un basso della via del vecchio Ospedale, ospitava tutte le vecchie signore amiche che, dalla chiesa di S. Antonio o della Madonna delle Grazie, movevano verso Porta Nuova. Tra i vari cunti ascoltati – su uno dei quali in passato, ho già scritto qualche parola – mi era rimasta particolarmente cara la quartina in endecasillabi di una lamentazione che testualmente recitava (uso una trascrizione fonetica semplificata): «Marȅ, cànda sindëjǝ chǝ la néuvǝ / la vócca se’ ‘n già scȅ cchi’ ‘na paréulǝ / Marȅ, cànda sindȅ’ chǝ la nuvuèllǝ / Štattévǝ drëttǝ e cȁschǝ mórtǝ ‘n dèrrǝ». Era ciò che ricordavo insieme con un distico. Nulla di più.
Quando molti anni più tardi ho cominciato a interessarmi dei dialetti ho incontrato i testi di Antonio De Nino. Per me, una straordinaria scoperta. Conoscevo la melodia in minore di un frammento di Maria alla strada di Caifasse. Era a portata a mano. Non ho fatto altro che applicarla al racconto deniniano. Tutto qui. Ciò che eseguo altro non è che il risultato di quel ritrovamento nel contesto più generale di un’archeologia della parola.

Mi resta solo un obbligo morale e affettuoso: il pensiero di un dolce e caro ricordo di nonna Lucia e di zia Iuccia, educatrici insuperate della mia sbrigliata fantasia infantile.

Antonio De Nino pubblica il testo di Maria alla strada di Caifasse in Usi e costumi abruzzesi, vol. IV, Sacre leggende, Firenze, Barbera, 1883, pp. 110-112.

Confronto tra i due testi serbocroato («Na -Našo») e italiano
 Testo il lingua serbocroata Na-naso

(Testo in serbocroato antico - «Na -Našo»)


 Testo corrispondente in italiano

(Testo in italiano)

Il frammento in serbocroato antico («Na -Našo») parlato nelle comunità alloglotte molisane (Montemitro, Acquaviva Collercroce, S.Felice del Molise) coincidente con il testo in dialetto vastese di Maria alla strada di Caifasse è stato pubblicato in Milan Rešetar, Die Serbokroatischen Kolonien süditaliens, Wien, Alfred Hölder, 1911 (trad. italiana, Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale, a c. di W. Breu-M.Gardenghi, Campobasso, Amministrazione Provinciale, 1997), p. 203.


Nel video sotto riprodotto è inserito il testo e la lettura del brano in  
(«Na -Našo»).
Il lettore in lingua Na -Našo è Antonio Sammartino, console onorario di Republika Hrvatska in Italia e Presidente della Fondazione «Agostina Piccoli», Montemitro/Mundmitar.

La canzone della Passione



sabato 4 aprile 2020

Polifemo: a proposito di una novella popolare in dialetto vastese




 Polifemo: a proposito di una novella popolare in dialetto vastese

(In fondo alla pagina il video con commento e lettura in dialetto vastese 
di Luigi Murolo)

di Luigi Murolo

La favuluàttǝ dell’ùcchijǝ ‘m bràndǝ è il titolo con cui Gennaro Finamore restituisce agli studiosi di demologia suoi contemporanei una storia di ciclopi attestata nella tradizione popolare vastese che gli viene trasmessa da uno dei suoi informatori locali – molto probabilmente Adelfo Mayo –. Il testo, che si presenta come variante dell’archetipo omerico di Polifemo, è trascritto nel dialetto di Vasto e pubblicato nelle Novelle popolari abruzzesi, seconda parte, Lanciano, Carabba, 1885, pp. 57-58. Ciò vuol dire che, almeno fino all’ultimo ventennio dell’Ottocento, la cultura orale della città conserva sopravvivenze di lezioni arcaiche.

Si potrebbe facilmente pensare che si tratti di una rielaborazione popolaresca prodotta in ambito culto. Al contrario, proprio perché era viva la presenza di tali racconti in altri contesti, deve essere giocoforza considerata attiva la sopravvivenza di un canone originario che, nella sua infinita ripetitività, riesce a adeguarsi in quegli ambiti comunitari in cui risulta operativo. Aby Warburg, ad esempio, nella sua indagine iconologica, ricercava nell’arte rinascimentale la sopravvivenza del gesto espressivo di derivazione classica. Che, nella sua massima radicalità, si trasformava perfino nel suo opposto: quasi a sottostare a una sorta di legge del contrappasso. Così, più che percorrere il versante delle pathosformeln più consuete come Orfeo, la centauromachia, la Ninfa, la tradizione orale vastese esibisce il mito di Polifemo. Che proprio per la sua forte carica espressiva si mostra sviluppato nella variante di canone inverso all’archetipo omerico (meccanismo tipico delle omologhe composizioni contrappuntistiche).
In buona sostanza, emerge il seguente stato narrativo. Soppressa la figura di Ulisse, restano solo livacabbȋndǝ che, ingannando proditoriamente il gigante, rispondono in modo esemplare e sintetico allo schema narratologico dell’attanzialità: manipolazione, competenza, performanza, sanzione. Dal canto suo, Polifemo risulta essere un personaggio presentato in modo radicalmente diverso da ciò che il mito acheo enuncia nei termini che seguono (vale la pena in questo caso l’idea di utilizzare la vecchia traduzione classicista di Ippolito Pindemonte):

Uom gigantesco abita qui, che lunge
Pasturava le pecore solingo.
In disparte costui vivea da tutti,
E cose inique nella mente cruda
Covava: orrendo mostro, né sembiante
Punto alla stirpe, che di pan si nutre,
Ma più presto al cucuzzolo selvoso
D’una montagna smisurata, dove
Non gli s’alzi da presso altro cacume.
(Odissea, IX, vv. 236-244)

Non v’è alcuno di questi aspetti nel ciclope di cui stiamo parlando. La tradizione orale vastese ancora viva nel tardo Ottocento parla solo di un gigante con un solo occhio. Ma le sue caratteristiche sono quelle di un uomo. Di un uomo a tutti gli effetti. Talmente umano, da risultare perfino vittima di un gruppo di teppisti (vacabbȋndǝ) che, per gioco, lo acceca. La sua risposta è «prudente». «Prudente» secondo l’accezione greca del termine: mètis. È dotato, cioè, di quella stessa intelligenza che connota l’operare di Ulisse. Sa governare e fronteggiare forze ostili. Sa utilizzare tutti i possibili dispositivi («virtute e canoscenza»). Anche la magia, se necessaria. Dunque, mostra di saper valicare gli ostacoli anche in opposizione alla legge di Ananke, la dea del fato, della necessità.
Come si può notare, le res gestae del Polifemo vastese delineano il canone inverso di Odisseo. La metis del gigante con l’occhio in fronte, dal punto di vista della rappresentazione, sostituisce quella del Laerziade. Anche se è divenuto cieco – e in condizione di inferiorità rispetto ai suoi torturatori – riesce comunque a vincere la sua battaglia. Un racconto – quello sul Ciclope – che esclude, nell’orizzonte dell’universo omerico, la presenza di Diomede, l’eroe della guerra di Troia in seguito interpretato come il riferimento mitico della civilizzazione adriatica.

 Polifemo: LA FAVULATTE

(Testo - LA FAVULATTE)

Quando nel corso del XVII secolo la terra del Vasto sceglie il Tidide come fondatore eponimo della città, relega in un cantuccio la sopravvivenza mitica del cunto sul «gigante con l’occhio in fronte». La dissimula in una semplice fahuluàttǝ. Che, malgrado tutto, ha continuato a permanere nell’alterità del «visibile parlare». In quell’orizzonte della cultura orale che, sfumando tutte le temporalità, l’ha conservata e trasmessa nella lingua parallela a quella culta: il dialetto. E che da quelle profondità, qualcuno ha deciso di trarla allo scoperto. Un archeologo delle immagini mobili della voce che ha deciso di fissarle per sempre nella scrittura. Così Gennaro Finamore ha restituito a contemporanei e successori il senso arcaico della parola.


La favuluàttǝ dell’ùcchijǝ ‘m bràndǝ

(Video con commento e lettura in dialetto vastese di Luigi Murolo)





martedì 24 marzo 2020

La Comedìa: tra volgare illustre e dialetto

Istituto per la Storia di Vasto

La Comedìa: 
tra volgare illustre e dialetto

di Luigi Murolo

Istituto per la Storia di Vasto
In occasione della prima edizione della giornata dedicata alle celebrazioni per il settecentesimo anniversario della morte di Dante (1321) – il cosiddetto «Dantedì» –, l’Istituto per la Storia di Vasto non si sottrae all’obbligo culturale e morale di partecipare, seppur sommessamente, alle onoranze corali per questo genio universale.
Dal chiuso di una stanza – per l’«inferno» della crisi epidemica, e non per quanto si era progettato in forma pubblica –, avviamo la lettura dei primi cinque canti dell’Inferno, gli unici tradotti in dialetto da Giuseppe Perrozzi (1899-1973). A conferma del fatto che, anche se non esplicitamente dichiarato, il poeta vastese voleva dimostrare che, non solo il volgare doveva essere illustre (nell’accezione alighieriana), ma lo stesso dialetto rientrava in tale orizzonte culturale.
La traduzione delle grandi opere offre la misura della letterarietà della lingua che riceve il testo originale. Ad esempio, la restituzione concettuale in dialetto dell’amor cortese che dai Siciliani, agli Stilnovisti giunge fino a Dante costituisce una verifica fondamentale per comprendere la versatilità «culta» della lénga huaštaréulǝ. «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» per il traduttore si trasmuta in «L’amore tocche l’anime cchiù fine» (ricordo che Perrozzi, nel caso della comedìa non usa il dialetto vastese parlato negli anni quaranta/cinquanta del secolo scorso, ma la forma lenita della koiné abruzzese). Qui c’è addirittura il recupero teorico e terminologico della fin amor occitanica (che non implica il possesso, ma il desiderio che nobilita l’animo). Da non dimenticare la stessa ricerca del lessico: una Cleopatràs che da «lussuriosa» diventa «cervellina»; vale a dire, ingegnosa nella pratica del piacere. Oppure, dove «A vizio di lussuria fu sì rotta […]» si trasforma in «Ere piene di vizie e di vulije … / Cchiù di chistì, nisciùne ha fatte pegge». Dove vulije sembra riecheggiare il «ben volria» occitanico che, nel suo valore condizionale, la trobairitz Beatriz de Dia (sec. XII) usa nella cansò dal titolo «A chantar m’er de so qu’en no volria».
Mi limito solo a queste brevi considerazioni per suggerire l’interesse che riveste la singolarissima versione perrozziana della Comedìa. Ma anche per sottolineare un altro dato: la relazione che si può evincere dal rapporto dialetto letterario/volgare illustre.
E non è poca cosa per il Dantedì vissuto in solitudine tra le pareti domestiche, in attesa che l’esterno dei nostri giorni da Inferno si trasformi quanto meno in Purgatorio. In effetti, Il Paradiso può attendere (Heaven Can Wait) se vogliamo attenerci al titolo del film che Warren Beatty ha realizzato nel 1978.

                                                              Video n. 1 - Introduzione





Video n. 2 - Lettura in dialetto vastese




                                INFERNO
                                                                         
                                          Canto V

                              I LUSSURIOSI
                    (Testo in dialetto abruzzese)
                                                                             
1           Da chilu prime cerchie so’ calate
      Abbasse a lu seconde ch’è cchiù strette
      Ma lu dulore a ecche è radduppiate.         
2           Minosse, gne nu cane, scì mmaldette,
      Rufe e arrajate, fa vidé li zanne;
      S’attircine la code nghi ddispette
3           Tanda vodde, seconda la cundanne.
     Annanz’ a esse, l’anima dannate
     Sa d’hanna presentà da ogni vvanne
4           E canda cchiù è ggrosse lu peccate,
     cchiù abbasse vé l’alme sprufunnate.
     E cchiù abbasse vé l’alme sprufunnate.
5           Sti disgraziate stanne arreunite
     E appene condannate e mmaleditte,
     Vanne a ffinì a ddò jé stabbilite.
6           Minosse, viste a mmé che stave zitte,
     Lassanne nu mumente la fatije:
      ̶  « A ecche si vinute? Fa lu dritte!
7           Arripe l’ucchie e vvì che strada pije!
     Stu poste è llarghe, ma ‘n da dà fidà
     Nemmene de ‘ssa bbella cumpagnije! »  ̶
8           Lu Mastre risintite:   ̶  « Nen strillà!
     Lassele ì’ addò vò lu distine
     Stabbilite da Chi po’ cummannà! »  ̶
9           Mo cumenze a ssentirle da vicine
     Li guaje e ttanta piante di dilure
     Sempre cchiù fforte, mentre m’avvicine.
10       Nu stavame a nu poste tutte scure
     E ssembrave a ssentì gna fa lu mare
     Cand’è in tempeste, che tte fa paure.
11       Da sta tempeste nen ci sta ripare,
     Pecché li spirite, a fforze, so vvussate
     Da nu gran vente e ffanne na fiumare.
12       E ggiranne accuscì, l’alma dannate
     Se danne fra di isse cchiù ccimente,
     Sprezzanne la Virtù che Ddì ci ha date.
13       Hajje capite allore a cchi tturmente
     E’ state condannate chi ha vulute
     Nghi la carne gudè ore e mumente
14       E gne d’inverne volene sbattute
     Da forte vente, tante e tanta cille,
    Cuscì, pur’isse, st’anime perdute
15       Vanne sbattenne tale e quale a cchiille,
    Senza sperà nu ccone da ripose,
    Hanna scuntà sta pene fra li strille.
16       E gne le grù, nghi voce lamentose,
    Vanne strillanne canda stanne in vole,
    M’è ssimbrate a vvidé la stessa cose.
17       Hajje ditte a lu Mastre sti parole:
     ̶   « Chi è sta ggente tante castigate
   Da st’aria nere, addò ‘n ci sta mà sole? »  ̶
18        ̶   « La prime che vva ‘nnanze a sta sfilate
   E’ state ‘mperatrice e le famije
   Di tanta rrazze ha tutte assoggettate.
19       Ere piene di vizie e di vulije…
   Cchiù di chistì, nisciune ha fatte pegge,
   Che ppe’ ggiustificà li purcarije,
20       La purcarije è divindate legge.
   Si chiame Simiramie, mojje a Nnine,
   Mò lu sultane chi la terra regge;
21       L’addre è Ddidone ch’ere na riggine
   S’è ‘ccise picché l’hanne abbandonate.
   Po’ ci sta Cliupàtre, cirvilline;
22       Elene che la guerre ha scatenate;
   Doppe ve’ Achille, chi lu gran guerriere
   Che ppè l’amore è state trucidatre.
23       Po’ Paride e Tristane cavaliere
   E doppe, tanta ggente … Pe’ ffurtune
   Lu Mastre a mmé, pe’ ffarme nu piacere,
24       Lu nome me diceve de ciascune.
   Doppe avè viste tutte ste persone,
   Hajj’ avute pietà pe’ quacchedune.
25       Diche a lu Mastre:  ̶  « Sinte, si vva bbone,
   Jvulesse parlà nghi chili du’
    Che stanne accuscì strette nghi passione. »  ̶
26       Lu Mastre m’ha risposte:  ̶  « Si li vu’
   Canda lu vente a ecche le strascine
   Si ttu li chieme, venne addò ste tu. »  ̶
27       Di fatte chila coppie s’avvicine.
   Hajje ditte:  ̶  « Si nen v’è pruibbite,
   Venitece a pparlà cchiù da vicine. »  ̶
28       E gne ddu picciuncille ‘mpaurite
   Vanne a lu nide nghi li scinnilelle
   Tese e ddititte tutte e ddù’ arriunite,
29       Cuscì da sta fiumara di ribbelle,
   So’ sciute ‘ncontre a nnu sti scannusciute
   Ch’avevene risposte a cchil’ appelle.
30       ̶  « Tu, ommene ggentile, sì vvinute
   A vviderce a ssuffrì, ma da sti vene
   Si tu sapisse, canda sanghe è asciute!
31       Ddije ch’è granne, nen ce vo’ cchiù bbene …
   Ne je puteme cchiù pregà la pace
   Pe’ tté che ttì pietà de chiste pene.
32       Addummannate quelle che vvi piace,
   Mentre lu vente atturne già si pose,
   Pure quelle che ccerte ce dispiace.
33       La terre addò so’ nnate, è bbasse e ariose
   Addò lu Po ascegne a la marine
   E ttrove finalmente lu ripose.
34       L’amore tocche l’anime cchiù ffine:
   Chi mi stà a ffianche te stu bbelle done
   E cchi l’ha ccise, è state n’assassine.
35       L’amore cande è fforte nen perdone:
   J, de custù, so’ state ‘nnammurate,
   Ca pure mò, ancore m’abbandone.
36       L’amore a nnù la morte ci ha purtate,
   Ma certe a lu spruffone va a ffinì
   Chi a ttutte e ddù la vite ci ha levate. »  ̶  
37       Canda ha finite de parlà accuscì,
   Triste la cocce hajje acciaccate ‘n pette.
   Lu Mastre m’ha guardate:  ̶  «Mbeh, chi dì?»  ̶
38       J’hajj’ arisposte:  ̶  « Brutta sorte aspette
   A chi ha sentite veramente amore,
  Che le fa sta fra ggente maledette! »  ̶
39       Hajje parlate e mi vatté lu core:
    ̶ « Francesche – hajje ditte – tutte chisse pene
   A mme me fanne piagne de dulore;
40       Tu m’ha’ dice, come po' nu bbene
   Trasfurmarse accuscì, nghi na passione
   Che v’abbrusciave sanghe ne le vene?» -
41       Esse ha risposte: - «N ci sta na persone
   Che ccand’è ddivintate puverelle,
   Nen se po' mà scurdà lu tempe bbone.
42       Ma se le vu sapé gna è nnate quelle
   Che a nnù ci ha date ggioje e po' la morte,
   Mi sinte a ppiagne e ssintela favelle.
43       Leggiavame nu libbre che riporte
   L’amore d’une, ch’ere Lancillotte;
   Stavame sole e ‘n ceravam’ accorte
44       Ca chilu scritte, gne nu galiotte,
   Ce stave a suggerì gna è l’amore
   Però na cosa sole a nnu, de bbotte
45       Ci ha fatte cagnà ‘n bacce lu culore:
   Ce stave scritte che la vocca a rrise
   Tante è belle basciarle e stu signore,
46       Che d’allore da me ‘n s’é ma’ divise,
   M’ha basciate tremante, nghi na freve
   E dope poche seme state accise.» -
47       Mentre Francesche queste me diceve, 
           L’addre piagneve. J ere tutte smorte
  Tant’ere la pietà che me muveve,
48       Ca so’ ccascate ‘n terre gne nu morte


                              Canto V
                  (Testo originale)

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.                                3

StavviMinòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.                           6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata                                         9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.                       12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.                               15

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,                                  18

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?                          21

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».                         24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.                                  27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.                                  30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.                                  33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.                                  36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.                             39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;                                          42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.                               45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,                                      48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».                                  51

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.                                   54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.                          57

Ell’èSemiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.                             60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.                                            63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.                                   66

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.                                    69

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.                             72

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».                                  75

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».                78

 Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nolniega!».                            81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;                               84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.                                          87

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,                     90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.                         93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.                             96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.                                         99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.                102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                   105

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.                               108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».                     111

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».                             114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.                                 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a chee come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».                             120

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.                          123

 Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.                             126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.                          129

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.                       132

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fiadiviso,                          135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».                138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.                               142


Istituto per la Storia di Vasto

Dante Gabriel Rossetti

Paolo and Francesca da Rimini

1855